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Un'immagine che fa riflettere

17/10/2019
di Francesco Chiappetta

La Rai ha trasmesso un reportage degli anni 70 che riguardava immigrati italiani in territorio svizzero: un’esperienza veramente triste ma soprattutto disumana. La svizzera diceva a voce alta “ho bisogno di braccia e di nient’altro “
Nel nostro paese il concetto di famiglia per molti era, ed è, ancora sacro, partendo dal momento dell’emigrazione alla frontiera in cui non facevano passare genitori che avevano con sé i propri bambini; in alcuni casi riuscivano a passare la frontiera mettendo i bambini nel cofano della macchina. 
 
È stato raccontato che molti piccoli rimanevano chiusi in casa anche per quattro, cinque, sei mesi. È evidente che, in queste condizioni, il bambino non poteva ammalarsi in quanto inesistente. Non poteva giocare, non poteva affacciarsi alla finestra, una vita da rinchiuso.
La trasmissione è avvenuta su Rai1 delle ore 23:00 del venerdì 18.10. 
Come tutti noi sappiamo, nessuno nasce clandestino ma il bambino come abbiamo detto non poteva giocare, non poteva affacciarsi, non poteva farsi vedere, non poteva fare rumore… era quindi il “piccolo clandestino”. Come è possibile dire ad un bambino di due, tre anni:” non ridere, non piangere, non fare rumore”?
 
Stiamo parlando degli anni 70, fortunatamente una luce di speranza si è vista negli anni 80 in cui sono state emanate delle normative più umane. Una storia molto pesante riguarda un bambino che, sfuggito dalla propria clandestinità e, uscito in un piccolo giardino, è stato visto da una signora che, chiesto il nome al bambino si è recata alle autorità locali per denunciare la sua presenza e quindi è stato prelevato e portato in collegio. L’italiano a quei tempi era un terrone o uno zingaro e addirittura in una classe di bambini della scuola elementare nel chiedere alla maestra quanti alunni avesse, la risposta era: 27 bambini e 3 immigrati. Queste forme di ghettizzazione fanno molto riflettere. 
Il nostro paese indubbiamente è un paese di persone civili ed evolute e sicuramente viviamo tempi diversi ma in questo caso il monito è molto chiaro. Pensiamo agli immigrati, pensiamo ai loro figli e non buttiamoli per strada come si verificava negli anni 70 in Svizzera, quando dovevano dormire in caverne per sopravvivere. 
 
Non è concepibile che una giovane che arrivi in Italia, per sopravvivere, debba cercare la prostituzione, piccoli furti o andare verso un comportamento non educativo. Bisogna prendere coscienza, ragionare seriamente e con rispetto, fare una politica governativa che possa consentire, negli accordi bilaterali, che si possano offrire le nozioni necessarie per crescere nel loro paese e non portarli da noi per farli finire in mezzo alla strada o verso un tunnel di sfruttamento. Il ruolo del mondo dovrebbe essere quello di invitare sempre più ad avere la pace nel mondo e allo stesso tempo di fare accordi che possano bloccare gli atti di violenza e i comportamenti disumani. Avete ma pensato alle notizie dei giornali radio? 
 
È partito un barcone di 300 persone di cui morti più della meta e molti di questi erano bambini con le madri. Purtroppo, sembra una notizia che non ci riguarda in quanto semplici numeri ma nessuno riflette eticamente: sono persone umane, distrutte; lasciano la famiglia e gli affetti puntando su un piccolo e rovinato barcone sperando che li porti verso terre lontane dove possano trovare una realtà diversa dall’unica che conoscono. 
 
Dovremmo renderci conto che, il vedere concludersi una speranza nella morte, è una notizia umana e va vista con rispetto a partire dalla Chiesa che parla in maniera apparentemente corretta nel dire: “venite! Le porte sono aperte!” Senza menzionare che non esiste nessun luogo e nessuna porta, esisterà uno sfruttamento e una vita di sacrifici, una crescita sofferente e una delinquenza che cresce non perché sono nati per delinquere ma perché…sono umani e cercano di sopravvivere, il più delle volte scatta uno stato di necessità che si trasforma in paura e preoccupazione. 

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