AZIENDE

Il futuro delle tlc in Italia: il ruolo di Telecom Italia

13/02/2010
di Francesco Chiappetta

Qualche anno fa le telecomunicazioni erano considerate strategiche nel mondo. La telefonia era dello Stato, in regime di monopolio. In Italia la situazione aveva un assetto diverso, con la presenza dal 1925 di una società in concessione per il traffico urbano e un’altra società per il traffico a lunga distanza. L’Italia era l’unica in Europa ad avere una compagnia telefonica con l’assetto giuridico di società per azioni a capitale in maggioranza pubblico.

Nel 1964 le cinque concessionarie locali (Stipel, Telve, Timo, Teti e Set) furono incorporate nella Sip (ex Società idroelettrica piemontese), che diventa Società per l'esercizio telefonico (Sip), creando una struttura di Stato per i servizi telefonici, che gestisce la rete (dorsale telefonica) su tutto il territorio nazionale. Alla fine degli anni ‘80 è iniziato un processo che ha generato le nuove realtà, le cosiddette Telco, in virtù di una direttiva europea mirata alla liberalizzazione delle telecomunicazioni. Il parlamento europeo è stato il primo organismo comunitario ad occuparsi di tlc, subito seguito dalla Commissione e dal Consiglio che si sono interessati prevalentemente dei mercati della telefonia vocale, della trasmissione dati, oltre che del sistema satellitare e della rete terrestre di tlc. E’ da ricordare che il primo importante provvedimento in materia è stato il Libro Verde sullo sviluppo del mercato comune dei servizi e delle apparecchiature di telecomunicazione del 1987, approvato dal consiglio dei ministri CEE il 30 giugno del 1988.

Sembrano tempi lontanissimi, invece è solo un ventennio fa. Da allora le aziende di tlc in tutto il mondo stanno cercando un nuovo posizionamento. Negli anni Novanta, Telecom Italia era la quinta compagnia al mondo con risultati eccellenti sia dal punto di vista economico e finanziario, sia dal punto di vista della innovazione tecnologica e della ricerca e sviluppo. Ma la liberalizzazione per Telecom Italia è stata affrettata, con conseguenze che tuttora vengono pagate. L’indebitamento di 35 miliardi di euro non consente di fare investimenti, e ciò è gravissimo per un’azienda del settore. Inoltre, il macigno dei debiti incombe sulla gestione, che quindi deve occuparsi soprattutto di tagliare i costi per recuperare risorse: esternalizzare attività, abbandonare mercati esteri, tralasciare ogni business estraneo alle tlc, sono solo operazioni che servono ai bilanci, non certo allo sviluppo.

Non è che le altre compagnie europee stiamo molto meglio: la concentrazione industriale ha lasciato spazi solo per un numero limitato di grandi operatori, sia per il fisso che per il mobile: dai tre ai cinque in ogni Paese (nel 1998 avevo scritto che in Europa avrebbero trovato posto solo 3-4 operatori), che si fanno una concorrenza basata soprattutto sui prezzi. Nel settore delle tlc i margini sono in continua discesa, e se ciò è considerato positivo per i consumatori, tuttavia erode le possibilità di investimento e sviluppo delle imprese.

Ciò significa che oggi le aziende delle tlc hanno difficoltà a creare nuovi sviluppi al loro business e traggono utili solo dalle tradizionali attività: si comportano da imprese “di successo”, non come imprese “eccellenti”: Sfruttano il business esistente invece di crearne di nuovi. A livello di benchmarking, il confronto tra imprese “eccellenti” e “di successo” consente di prendere atto che solo l’innovazione assicura un ottimo futuro alle aziende. Impossibile, invece, porre a confronto con un benchmarking le imprese di successo con le imprese scadenti: queste ultime devono solo cambiare, e in fretta, prima di fallire ed essere acquisite dalla concorrenza.

L’investimento in innovazione tecnologica è fondamentale per le tlc: internet, la telefonia cellulare, le tecnologie ottiche per le trasmissioni, la banda larga, le tecniche e gli algoritmi di compressione dell’informazione (sui quali sono in corso interessanti ricerche che porteranno ad una importante innovazione rispetto al tradizionale metodo di compressione), le tecniche di modulazione avanzate ad alta efficienza.

In questo momento per Telecom Italia il tema dominante è il ruolo della rete. Il passaggio alla fibra ottica non è stato ancora completato, e molti dei piccoli comuni o frazioni del Paese sono serviti ancora dalla rete in rame. Oggi la rete richiede investimenti che forse TI non può sostenere, mentre l’Italia ne ha necessità per ridurre il digital divide nel paese. La soluzione dello scorporo della rete, che appare necessaria, tuttavia sottrarrebbe a Telecom Italia una parte importante del patrimonio societario.

Personalmente, , il gestore leader di mercato (TI) e le altre compagnie di tlc per quote di partecipazione inferiori.

La società dovrebbe essere quotata in Borsa (come Terna) per aprire all’azionariato diffuso, ed avere anche una presenza qualificata delle Regioni, il cui ruolo, nell’ottica del federalismo, è importante per orientare gli investimenti nelle aree svantaggiate del Paese, che non hanno ancora la banda larga.

E’ una proposta è indicativa, uno spunto di riflessione per gli “addetti ai lavori”: il ministero dell’Economia, l’autorità delle Comunicazioni, il Garante della Privacy, l’Antitrust e la Consob.


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