GIOVANI

Il successo in un colloquio di lavoro

05/11/2018
di Filippo Antilici

Essere se stessi, questa è la prima cosa.

Perché la trasparenza premia sempre: si è spontanei, sciolti e diretti. La mancanza di spontaneità verrebbe subito notata e valutata come comportamento tra l’ansioso e il falso.  E anche ammesso che qualche attore professionista riuscisse a recitare la parte esattamente come la vorrebbe il selezionatore, dopo 2 settimane di lavoro verrebbe fuori la realtà con amari risvolti.

 

Arrivare preparati

Per qualsiasi lavoro, queste quattro aree tematiche verranno senz’altro valutate.

- Cultura generale: conoscere ciò che succede nel mondo, avere interessi e passioni, leggere, dimostra che siamo persone dotate di una maturità sociale tale da potersi integrare con consapevolezza nella realtà industriale con cui ci confrontiamo.

- Cultura dell’impresa: sapere il contesto, gli economics e le principali strategie dell’impresa per la quale si è candidati evidenzia un reale interesse non per un lavoro, ma per “quel” lavoro.

- Competenze tecniche: i mestieri del futuro saranno sempre più specialistici, e quindi occorre una buona preparazione in quello per il quale si concorre, e più in generale per il relativo ecosistema professionale. Se si è alle prime armi le conoscenze di base sono sufficienti qualora accompagnate da flessibilità e interesse ad arricchire il proprio bagaglio (oltre che dagli altri fattori qui considerati).

- Cultura digitale: i nati del 2000 e dintorni (la cd. Generazione Z”) non possono farne a meno senza essere considerati addirittura dei “nuovi analfabeti”. Serve qualcosa di più del semplice uso dei social network, con cui dimostrare conoscenza e consapevolezza del mondo digitale connesso, delle sue potenzialità e prospettive.

 

Curare il profilo social

A proposito di social, molte delle informazioni che ci riguardano sono pubbliche o possono diventarlo facilmente. Il selezionatore le analizzerà attentamente, anche se non ancora con la scientificità con cui opera il robot Vera (già oggi utilizzato da Ikea negli USA per effettuare 1500 colloqui conoscitivi al giorno: “Vera” incrocia così le informazioni acquisite direttamente con quelle disponibili in rete, scremando una short list di candidati*).

Se è spesso vero che “nessuno ha nulla da nascondere”, è altrettanto vero che “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Insomma, occorre solo un po’ di buon senso nel sapere che ciò che postiamo sui social non va in un corpo estraneo, in un buco nero, ma concorre tutto a disegnare il nostro profilo senza filtri. Utilizziamo i social senza (inutili) autocensure, ma consapevoli che ciò che si fa e si pubblica in fondo è ciò che si è, come tale di interesse del selezionatore.

 

La lingua

Occorre dar per scontato due cose.

La prima è un corretto uso della lingua italiana (senza marcate inflessioni dialettali) soprattutto nello scrivere, talvolta vero tallone d’achille anche per persone assai qualificate. Esercitiamoci se serve, perché nulla è più spiacevole di leggere un curriculum o una presentazione “povera” in italiano.

La seconda è, che ci piaccia o no, la conoscenza della lingua inglese. In un mondo digitale è ormai indispensabile per quasi tutte le professioni. Lo si dà per scontato, non è più un plus come qualche anno fa: insomma occorre conoscerlo e basta.

Non è poi così complicato acquisirne la padronanza, basta andare all’estero qualche tempo -anche a lavorare- e otterremo risultati importanti di doppia valenza: conoscere la lingua e soprattutto effettuare una esperienza di vita che ci aprirà la mente e ci aiuterà a crescere, prima ancora che a intraprendere i percorsi professionali desiderati. 

 

Durante il colloquio

Alcune attenzioni, per qualcuno banali, sono derimenti nella valutazione e vanno ben rispettate:

- Vestiamoci in modo adeguato al contesto, senza eccessi di eleganza o sportività, senza look di ricercata attrazione

- Assumiamo una postura rilassata ma compassata

- Guardiamo negli occhi l’interlocutore

- Parliamo il giusto, in modo conciso e senza fretta.

- Ascoltiamo, non siamo a un esame: il colloquio diventerà una conversazione più piacevole in cui stare a proprio agio, e soprattutto avremo la possibilità di acquisire informazioni importanti per valutare se quel mestiere, in quell’impresa, fa al caso nostro; soprattutto daremo poi una concreta testimonianza di essere attenti e aperti agli altri.

- Dimostriamo una sana curiosità: conoscere meglio il contesto e le prospettive fa premio del nostro interesse ed alimenta un circolo virtuoso che ci avvicina al nostro interlocutore.

- Manifestiamo la necessaria umiltà: serve sempre e comunque, anche se dovessimo concorrere per un lavoro in cui siamo formidabili. Vuol dire essere flessibili, pronti ad imparare e a mettersi in gioco, disponibili verso gli altri e attenti alle aspettative dei potenziali clienti. Insomma, almeno per me vale doppio….

 

E infine prima e dopo il colloquio (anche se in verità varrebbe per sempre…) comportiamoci con attenta gentilezza verso tutto l’ecosistema presente. Occorre infatti essere consapevoli del fatto che, per esempio, la segretaria di direzione è talvolta la prima influencer del valutatore e un suo giudizio di perplessità - che non farà mancare se siamo scostanti con lei - viene spesso considerato al pari di altri elementi oggettivi. Lo stesso vale per il collaboratore junior presente, il portiere, ecc. che se ci vengono fatti incontrare non è quasi mai per caso, ma per avere dal loro intuito un elemento in più. 

 

La nostra storia tra passato e futuro

Il nostro passato è importante, non c’è dubbio. Ci ascolteranno interessati sul perché abbiamo preso quel titolo di studio o abbiamo compiuto certe scelte, sospettosi sul perché ci abbiamo messo di più del previsto, stupiti se nel frattempo ci siamo impegnati nel sociale, abbiam fatto cose avventurose o stiamo stati all’estero lunghi periodi a studiare o lavorare con successo.

Ma è ancora più importante il futuro. Soffermiamoci di più sulla nostra vision delle cose, sui nostri progetti professionali e di vita, sulle nostre aspirazioni e passioni, sui nostri sogni. Sono queste le vere leve del successo, il dimostrare entusiasmo, energia e voglia di fare basato su un progetto nostro. Un progetto vero, grande o piccolo a piacere, purchè diverso dal “voglio guadagnare tanto e lavorare poco” (non ridete, un candidato molto “candido” me lo ha detto in una selezione).

 

La domanda chiave

Perché scegliere proprio me? La risposta a questo quesito implicito dobbiamo averla dentro, e deve essere convincente prima di tutto per noi. Crediamoci. E poi dobbiamo esprimerci, che ce lo chiedano o meno, in modo da essere altrettanto convincenti nei confronti dell’interlocutore che seleziona i candidati.

È importante – non solo in questo caso – metterci sempre nei panni nel nostro interlocutore, e valutare come noi ci comporteremmo al suo posto. Da qui partiamo per entrare in una sintonia “autentica” con lui o lei grazie alla quale si accorciano le distanze e diventa tutto più facile.

 

Non credo ai professionisti dei colloqui, non è un mestiere di per sé, ma imparare qualche regola del gioco serve a valorizzare le nostre competenze, a presentarci meglio. Senza stravolgere la nostra naturalezza, come si diceva all’inizio, perché -per esempio- la timidezza non è un reato, si vince e di per sé non viene considerata “male”. Ma talvolta ci sottoespone.

Ecco l’ultimo punto: non sottovalutarsi mai, né al contrario sopravalutarsi con qualche piglio di arroganza -mai gradita- magari dichiarando di conoscere cose che non conosciamo. Lì si consumerebbe una spiacevole situazione imbarazzante prima o poi evidente a tutti.

E infine attenzione: le considerazioni qui formulate sono le stesse che guidano il selezionatore, e valgono universamente per tutti e tutto: che sia un colloquio in una piccola azienda o in una multinazionale, una selezione di job hosting o per una crescita interna alla propria azienda, una promozione, una presentazione a un nuovo capo.

Chi sta dall’altra parte della scrivania come manager decisore lo sa bene.

 

*Come ci racconta meglio Luca Tommasini nel suo ultimo saggio (di nome e di fatto) “L’innovazione non chiede permesso” 

 

Roma, 4 novembre 2018                                  Filippo Antilici de Martini di Valle Aperta


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