AZIENDE

Telecom Italia, un patrimonio di know-how del Paese

18/04/2013
di Andrea Chiappetta

Telecom Italia è un'azienda che rappresenta la storia delle tlc in Italia, il Paese di Antonio Meucci e di Guglielmo Marconi. Dai primi collegamenti telefonici agli smartphone attuali, i progressi tecnologici hanno avuto un unico protagonista, che nel tempo ha cambiato nome ed assetto societario, ma rimanendo sempre patrimonio dell'Italia. Una visita virtuale all'Archivio Storico (all'indirizzo web http://archiviostorico.telecomitalia.com/ ) consente di ripercorrere una storia di tecnici, amministratori e progettisti eccellenti, intelligenze a cui si deve il progresso del Paese. E non solo: Telecom Italia è diventata nel tempo una delle migliori "scuole" di management; frequenti i casi di suoi dirigenti che hanno proseguito altrove carriere di successo: Massimo Sarmi, Agostino Ragosa, Vito Gamberale...

Per decenni, il centro di ricerca Torino CSELT (Centro Studi e Laboratori Telecomunicazioni), è stato il fulcro della ricerca italiana nelle tlc, mentre la Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli, con sede all'Aquila, sfornava intere generazioni di tecnici preparati e motivati. Il circuito di ricerca e formazione così creato dava vita a prodotti, servizi e risorse umane che potevano competere alla pari con le nazioni più industrializzate.

Un fiore all'occhiello per l'industria italiana, ai tempi della direzione di Ernesto Pascale era il 5°-6° gruppo di tlc al mondo, che purtroppo è stato svenduto nella stagione delle privatizzazioni. Dopo diverse vicissitudini imprenditoriali, oggi Telecom Italia rischia di perdere terreno nella ricerca e nell'innovazione, sia per la mole immensa di debiti (29 miliardi di euro) sia per la mancata attenzione da parte del Governo. Hutchinson Whampoa ne vuole diventare azionista di riferimento è ciò significherebbe la fine di una tradizione italiana delle tlc, la fine dello sviluppo nazionale nel settore. Il Paese diverrebbe solo un mercato di sbocco per i prodotti / servizi dell'azienda asiatica che, secondo alcuni commentatori, sarebbe innanzitutto interessata a impadronirsi delle attività di Telecom Italia in America Latina, continente le cui possibilità di sviluppo futuro del mercato sono molto promettenti.

Dal punto di vista dei giovani, questo scenario è drammatico: l'Italia non può privarsi della più importante (non solo come mercato, ma soprattutto come cultura e storia) impresa nazionale di tlc, la cui italianità va preservata assolutamente. In una fase storica che vede al centro dei piani di sviluppo la cosiddetta società dell'informazione, il Paese non può rinunciare al patrimonio di know how e di esperienza, oltre che delle potenzialità formative, di Telecom Italia. Il problema centrale non è la proprietà della rete, per la quale si è già deciso lo scorporo e il passaggio alla Cassa Depositi e Prestiti, ma l'impossibilità, per i giovani, di intraprendere il proprio futuro nelle tlc, con una formazione di eccellenza, di fare esperienza in una grande impresa che li consideri il proprio futuro e non un mercato di sbocco.

Il prossimo Governo dovrà riflettere su questo scenario, pensando innanzitutto all'interesse nazionale, piuttosto che ad una distorta idea di concorrenza internazionale e di libero mercato. Concetti che gli altri Paesi europei applicano con molta attenzione a casa propria, come testimoniano gli "aiuti di Stato" che la Francia ha accordato in difesa delle proprie industrie dell'auto (gruppo Peugeot) e dell'alta tecnologia dei trasporti (Alstom). Un maggiore riguardo agli interessi nazionali, in difesa delle giovani generazioni, è auspicabile.


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