AGENDA DIGITALE

L’Italia Digitale

07/03/2017
di Francesco Chiappetta

Quando ascoltiamo il dibattito sulla digitalizzazione del Paese, ancora una volta, emerge che molta comunicazione è fuorviante: “tutta la PA va verso il digitale”, “tutte le aziende digitali”, “italiani sempre più digitali”... In verità emerge che l’Italia, in termini di diffusione ed efficienza digitale, è al quart’ultimo posto nell’Unione Europea. Il dato è stato certificato dalla Commissione Europea con l’indice DESI - Digital Economy and Society Index, che misura l’evoluzione digitale di tutti i paesi membri. L’Italia è al 25° posto su 28,  davanti soltanto alla Grecia, alla Bulgaria e alla Romania. In testa alla classifica Danimarca, Finlandia e Svezia, avanti di quasi 30 punti percentuali, con la media UE che rispetto al nostro Paese è a +10%. Andrus Ansip, Vicepresidente della Commissione Europea e responsabile per il Mercato Unico Digitale, evidenzia che l’Europa sta diventando sempre più digitale ma molti paesi devono impegnarsi di più: “non vogliamo un’Europa digitale a due velocità”; l'Italia rientra certamente nella più lenta di queste velocità, è necessario un impegno collettivo.

Servono reti di nuova generazione (Nga), attualmente la copertura è passata dal 41% al 72% delle famiglie, portando l’Italia dal 27° al 23° posto, la media UE è del 76%. Nel capitolo “connettività” per fortuna l’Italia ha fatto qualche progresso, passando dal 27° al 24° posto.  In generale comunque mancano le competenze digitali, queste carenze non favoriscono lo sviluppo dell’economia e nello stesso tempo delle società digitali. Gli specialisti ICT e laureati in discipline scientifiche sono 14 su 1000 contro i 19 della media UE.

La banda larga sopra i 2 Mbps di velocità è cresciuta appenda del 2%, passando dal 53 al 55% delle famiglie, contro una media UE del 74%,  sopra i 30 Mbps (Banda Ultralarga) va ancora peggio. La nostra PA è al 21° posto e sulla digitalizzazione delle aziende siamo al 19°.

L’analisi non è brillante, il governo dovrebbe provvedere a fare una piano di crescita triennale e alla conclusione del periodo, invece di fare le solite “chiacchiere” di analisi, si dovrebbero elargire numeri concreti sulla quale fare le giuste valutazioni in modo trasparente, che se negative dovrebbero indurre a cambiare la testa di comando. Questo vuol dire cambiamento.


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