EUROPA

L’ascesa dei nazionalismi nazionali

31/05/2019
di Federica Pagliara

Il titolo, che può sembrare quantomeno ridondante se non del tutto scorretto, è stato effettivamente scelto con cognizione di causa.
 
A pochi sarà sfuggito che dall’epoca della “politica-spettacolo” di Berlusconi, si è andati sempre più verso una deriva populista. Non che la colpa sia del Berlusconi, del Grillo o del Salvini di turno. Si è trattato di un percorso decisamente più lungo e non ascrivibile a un singolo esponente politico. La democratizzazione della politica avvenuta nel XX sec. ha portato la classe dirigente ad essere sempre più responsabilizzata dalle masse, ovvero a doversi far amare da queste per restare al potere. Il modo più facile per riuscirci è fare appello agli istinti profondi della cittadinanza, i quali non sono così difficili da galvanizzare quando ciò che accomuna gran parte della popolazione di un determinato Stato è l’insoddisfazione.
 
Ne abbiamo avuto la prova con l’avvento di vari governi sovranisti in Europa e nel mondo. Tuttavia, la complessa macchina tecnico-politica che è l’Unione Europea ha mostrato ancora una volta la sua peculiarità arginando tali spinte. L’ascesa politica dei partiti nazionalisti non è stata dirompente quanto si pronosticava. Questi hanno certamente ottenuto un terzo dei voti dei cittadini europei, principalmente votati in Francia, Polonia, Italia e Gran Bretagna, con i marcati risultati della Lega italiana che ha conquistato 25 seggi rispetto ai 5 del 2014 e l’AFD tedesco passato da 7 a 12 seggi, ciononostante rappresentano ancora una minoranza piuttosto frammentata fra ideologie marcatamente differenti e tenuta isolata dai partiti pro-europa. Inoltre, il caso Brexit con tutte le sue complicanze ha suscitato qualche timore fra i dirigenti politici e perplessità fra i cittadini che, sempre più consapevoli della necessità di un approccio cooperativo e transnazionale a temi quali immigrazione, cambiamento climatico e moneta unica, quest’anno sono accorsi numerosi alle urne invertendo un processo di disinteresse per le elezioni europee in continua ascesa sin dal 1979. Quest’anno l’affluenza ha raggiunto il 50,9%, contro il 42,5% del 2014 e superando per la prima volta da anni il 49,4% del 1999.
 
L’Unione Europea non è dunque il nuovo “malato d’Europa”, è un’organizzazione in fase di ridefinizione dei suoi partiti più rappresentativi per rispondere alle necessità dei suoi elettori che, con la mobilitazione dei giovani sotto i 30 anni, hanno dato linfa nuova all’ideologia sovranazionale, forti anche del cosiddetto “effetto Thunberg”, rafforzando i partiti verdi e liberali a scapito dei tradizionali PPE e S&D.
 
Insomma, il nuovo baricentro europeista che si sta formando, per quanto frammentato fra quattro principali partiti, resta forte avendo conquistato 506 dei 751 seggi costituenti il Parlamento europeo e lasciando la dirompenza dei partiti nazionalisti confinata, appunto, a livello nazionale. 

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