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Bitcoin

07/10/2019
di Isabella Delleani

Nel corso del 2017, il bitcoin è entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo e nel portafoglio di molti. E ciò, in particolare, grazie all’esponenziale crescita del suo prezzo avvenuta negli ultimi due trimestri dello scorso anno, registrando a dicembre un valore pari a circa il 1400% del prezzo di sette mesi prima.
 
A fronte di tale dirompente successo economico, non vi è stato un analogo percorso culturale, nonostante nel 2017 “bitcoin” sia risultato il secondo termine più ricercato sul motore di ricerca Google, secondo quanto riportato da Google Trends. Infatti la comprensione del fenomeno bitcoin e di tutte le altre criptovalute (ce ne sono più di mille in circolazione oggi) richiede competenze di diritto, di economia e di informatica, non sempre familiari. Possiamo quindi dare una definizione e un corpo a questo fenomeno, che possiamo dire “crittografato”, in quanto se ne parla e se ne conosce l’esistenza ma si sa poco o niente della sua essenza?
 
E’ importante precisare che il bitcoin, in se per se, è un file mp4; quindi una sequenza di numeri in codice binario [0-1] come lo può essere un qualsiasi documento, film o foto. In quanto file, le criptovalute possono essere salvate su un computer, su un supporto esterno o addirittura sul cloud. Definire però questo fenomeno come un insieme di file sicuramente non rende giustizia e non esplica l’idea di Satoshi Nakamoto, l’enigmatico creatore dei bitcoin: ma perché enigmatico? Nessuno sa chi veramente sia, o sia stato, Satoshi Nakatomoto; né se sia veramente esistito o il nome sia esponenziale di un gruppo di persone che hanno inteso rimanere anonime. E’ stato attribuito a lui un white paper del 2008, intitolato “Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System”,dove definisce il bitcoin come “A Peer-to-Peer Electronic Cash System”, ovvero un sistema di pagamento elettronico fra pari (peer-to-peer), simile a quello utilizzato per lo scambio di dati tramite piattaforme dove tutti gli utenti, posti in una posizione non gerarchica, condividono volontariamente tra di loro files.
 
Il bisogno identificato da Nakamoto e che il bitcoin – ma, con esso, le criptovalute in genere – mira a soddisfare è dunque la necessità di un sistema di pagamenti non più fondato sulla fiducia riposta nell’intermediario istituzionale, quanto sulla prova crittografica: in breve, un mezzo di scambio sostitutivo della moneta avente corso legale: una nuova forma di moneta.
 
Ed ecco maturata una possibile definizione del bitcoin (e di tutte le criptovalute): una nuova forma di moneta intesa come mezzo di scambio sostitutivo della moneta avente corso legale. secondo l’opinione rilasciata dalla Banca Centrale Europea nel febbraio 2015, però, le monete virtuali, essendo prive di un apparato normativo, pur essendo – in talune circostanze – utilizzate come alternativa alla moneta, non potrebbero essere considerate come moneta. Ma allora, queste criptovalute a che servono? Su cosa si basa la loro accettazione come mezzo di scambio? Se l’emissione della criptovaluta non avviene da parte dello Stato ed il valore non è né stabilito né regolato da una Autorità centrale, bensì rimesso alle parti che la utilizzano nelle loro transazioni, va indagato su cosa si basa la fiducia nell’univocità della transazione e nella sua irreversibilità. L’impossibilità di spendere due volte la stessa quantità di moneta (il c.d. Double-Spending) è garantita dall’utilizzo di server temporanei e distribuiti (peer-to-peer) che sfruttano la tecnologia blockchain (catena di blocchi) che può essere descritta come un registro di transazioni, le quali devono necessariamente essere ricomprese in questo registro per essere validate.
 
Al fine di evitare la necessità di un organo o soggetto terzo validante le singole transazioni, tale registro non è salvato su un solo supporto fisico, ma su ogni dispositivo connesso al sistema stesso: si tratta dei cosiddetti nodi (nodes) cioè tutti i server che volontariamente aderiscono al sistema computazionale delle transazioni relative ad una singola criptovaluta.
E ciascuna transazione non può essere copiata o modificata perché il sistema blockchain fa uso della crittografia. Si tratta della cosiddetta crittografia asimmetrica, alla base della quale per ciascuna transazione ad ogni utente vengono assegnate due “chiavi”: una privata, equivalente a una password da tenere nascosta, e una pubblica, che viene condivisa dai due utenti parte della transazione.
 
La SI-IES, a questo proposito, ed in particolare il DIHV, ha intrattenuto incontri di sensibilizzazione al tema tenuti da esperti in materia poiché vede nel mondo delle criptovalute la giusta direzione per l’evoluzione della realtà.

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