SALUTE

E alla fine i social ci salveranno

27/09/2019
di Camilla Santoro

E se Facebook ci salvasse la vita? Post, eventi, incontri, commenti, foto: una raccolta di dati infiniti. Ma non finisce qui. Recentemente Facebook ha annunciato la creazione di un algoritmo che analizza post e commenti per capire se le persone hanno pensieri suicidi. In tal caso, si avviserebbe un team di controllo. Con Youtube la stessa cosa: in base ai video che vengono visualizzati, gli scienziati raccolgono dati per capire se la persona è affetta da autismo o ha altro tipi di disturbi comportamentali.
 
Ancora una volta si tratta della raccolta e dell’analisi dei dati quantificandoli e arrivando a riconoscere i segnali di una malattia. È già successo attraverso uno studio, che analizzando i video di Youtube e i dati di uno Smartwatch, si è riusciti a classificare i movimenti propri delle sindromi di autismo. Lo studio risale al 2018.
 
Questi “dati digitali” potrebbero aiutare la scienza e gli esperti a prendere in contropiede alcune malattie, semplicemente utilizzando dati che siano attivi o passivi. Da quelli attivi si capirebbe molto di più perché si estrapolano contenuti in testi, chiamate e social media; con quelli passivi si capirebbe la posizione, velocità nella guida e i vari modi in cui si utilizza un telefono. Nientemeno, è con questi dati, e non con i sondaggi o le interviste, che si capiscono i “veri” comportamenti delle persone. Sono probabilmente più attendibili e accurati. C’è chi li utilizza per progredire nel campo scientifico e chi invece nel campo del marketing- come sta accadendo da qualche settimana- non mostrando più il numero delle persone che mette “like” ad una foto, una pagina di Instagram o Facebook. L’anonimato ha un grande potere e, per chi vive nel mondo del marketing, poi, le strategie le prova tutte.
 
Le App per monitorare le abitudini degli utenti si stanno sviluppando e diffondendo: percepire i cambiamenti di umore o di memoria; capire dalla meticolosità con cui scriviamo i messaggi sul telefono se c’è un disturbo depressivo. Non era previsto che la raccolta delle nostre vite digitali servisse anche ai fini prettamente scientifici, ma non dispiace sapere che un domani si potranno prevenire altri tipi di malattie.

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