PRIVACY

The Power of Big Data

17/07/2019
di Camilla Santoro

App incriminate, accusatori e accusati, vittime e carnefici. Risulta piuttosto difficile avere un chiaro quadro di ciò che succede dietro le quinte di colossi come Facebook e Cambridge Analytica. Più di due miliardi di persone hanno Facebook facendolo diventare non più un mezzo per avere un secondo appuntamento, ma un vero e proprio strumento di comunicazione.
 
Nove anni dopo, nel 2013, veniva fondata Cambridge Analytica, la società britannica nata per raccogliere una enorme quantità di dati dai social network per poi essere elaborati da modelli e algoritmi per catturare le nostre preferenze e creare profili di ogni singolo utente. Quanto basta per farci conoscere al mondo intero, far sapere quale piatto preferiamo, la marca di vestito che seguiamo, i politici che critichiamo e quelli che amiamo.
 
Ma perché volere tutti questi dati personali? La risposta è “microtargeting comportamentale”. Si fa pubblicità altamente personalizzata per ogni singola persona in modo da fare leva su gusti, preferenze ed emozioni degli utenti. Apparentemente potrebbe non darci fastidio: la maggior parte risponde che alla fine non è un problema o, comunque, non interessa il fatto di poter essere letteralmente spiati. Non credo si tratti di incoscienza o indifferenza in senso lato. È che forse ci siamo rassegnati a questo potere che subdolamente ci propone la nostra bevanda preferita o ci fa già trovare la serie tv che aspettavamo impostata.
 
Alcuni servizi sono a pagamento con offerte alle quali non sappiamo resistere, altri sono gratuiti ma il prezzo viene pagato con i dati dell’utente. Ed in questo caso anche con 5 miliardi di dollari. A tanto ammonta il conto delle nostre vite digitali, si fa per dire, che è stato presentato dalla Ftc alla società Facebook per violazioni della privacy, collegate alla società Cambridge Analytica.
 
Brevemente, la società britannica aveva raccolto dati personali fornitigli dal Sig. Kogan, un realizzatore di una app che consentiva di creare profili psicologici e comportamentali. Dati presi tramite Facebook con mezzi tutti leciti fino a quando il Sig. Zuckerberg non si è accorto che le condizioni d’uso presentavano delle falle, data la sproporzionata raccolta di informazioni e senza che nessuno se ne accorgesse.
 
Il fatto che i mezzi fossero leciti non giustifica comunque il fine ma il dilemma è se a Facebook interessi davvero prendere multe da capogiro. L’ultima da 5 miliardi di dollari non ha sorpreso così tanto i mercati. Nel 2018 i ricavi erano di 55 miliardi con margine operativo superiore al 40% dominando l’advertising digitale. Ad aprile aveva ricavi trimestrali record: 15,06 miliardi, 40 miliardi di riserve e aveva già prevenuto la multa, poi arrivata, accantonando già circa 3 miliardi.
 
Il mondo dei mercati non si stupisce neanche più ed anzi c’è un effetto contrario: Wall Street ha chiuso con un rialzo del 1,8% a 204,87 dollari (secondo i dati +56% da gennaio).
Siamo assuefatti oppure ancora in grado di tutelarci?

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