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Proteste Social(i)

04/11/2019
di Camilla Santoro

Le proteste ci sono sempre state e, aggiungerei, per fortuna. Qualsiasi sia il motivo è un diritto farlo (secondo la nostra Costituzione italiana all’articolo 21- Libertà di manifestazione del pensiero) ma è un dovere rispettare e non violare la stessa legge con atti contrari al buon costume. Fino qui tutto bene. Ripeto, le manifestazioni esistono dalla notte dei tempi sotto le forme più disparate e per motivi che vanno dalla liberazione delle balene, al prezzo del carburante, alla adunata nazionale degli alpini.
 
Ci si accordava per strada, con i volantini distribuiti da volontari o attivisti nelle Università, scuole. Era un passaparola de visu che consentiva ai giovani manifestanti di radunarsi e discutere dei punti salienti della manifestazione permettendo di scambiarsi, oltre a idee e pensieri, anche emozioni e quel fervore politico o ideologico che trovava La sua compagnia negli sguardi degli altri. Insieme si combatteva e si sarebbe andati per le strade uniti e compatti. Tornando a casa si sarebbero raccontati i motivi della protesta in famiglia, a tavola, e dopo si sarebbe usciti di nuovo per incontrarsi in strada o in qualche collettivo ascoltandosi.
 
Oggi? Oggi certamente si manifesta ma le modalità di riunirsi sono un po’ cambiate. Le manifestazioni nascono sui social media e rappresentano, questi ultimi, un ruolo chiave e un aspetto estremamente importante delle proteste. Partendo dalla più recente -marzo 2019- ad Hong Kong i social sono stati lo strumento per eccellenza per influenzare la pubblica opinione. Gruppi su Facebook e condivisioni di video delle recriminazioni avevano già segnatamente influenzato il pubblico e condotto un po’ anche i successivi sviluppi delle proteste. I manifestanti sono consapevoli del potere dei social e li utilizzano in modo ancor più marcato: esiste una App per accedere ad un forum locale il “LIHKG Forum”. Il sito è diventato il palcoscenico principale per discutere le strategie da utilizzare per mandare avanti le proteste di legge anti-estradizione. Ci si scambia idee e opinioni, ci si accorda sul luogo di incontro su Telegram o Facebook e questo dimostra l’importanza acquisita dai social anche nella sfera propagandistica, non solo per i manifestanti ma anche per le autorità. È facile riuscire a manipolare conversazioni, commenti e prese di posizione o dichiarazioni di leader, o manifestanti stessi, attraverso l’alterazione dei sistemi informatici.
 
Hong Kong non è l’unico esempio di propaganda social. Emblematica anche la protesta dei “Gilets Jaunes”, cd. Gilet gialli (maggio 2018). Un movimento politicamente difficile da catalogare ma che nasce, si sviluppa e continua a vivere sui social in tempo reale e sui media anche. È stato al centro dell’attenzione dello stesso governo francese, oltre che per la grande partecipazione, anche per il tentativo di manipolazione del movimento attraverso la rete. L’uso della tecnologia e il ricorso ai bot possono aver influenzato le conversazioni: alcuni account sono stati chiusi per una produzione anomala di commenti e interazioni e ci sono stati account sospesi su Twitter: un utente da solo aveva prodotto quasi 27 mila commenti.
 
Movimenti che si traslano dalla strada alla rete di internet che, a volte, può diventare un’arma a doppio taglio: non si sa più cosa è vero e cosa è falso, quali video corrispondono alla realtà e quali no. Foto, commenti, a chi corrispondono in questa baraonda sociale e virtuale? Caveat.

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