La Cina: rischio o opportunità per l’Occidente?

Il G20 che apre giovedì a Seul non nasce sotto buoni auspici: i lavori preparatori non hanno portato alla stesura di un documento condiviso e, come ha affermato il portavoce della presidenza coreana, Kim Yoon-Kyung, “ciascun paese resta fermo sulle sue posizioni iniziali”. La decisione della Fed di rilanciare l’economia Usa con l’acquisto di titoli di Stato per 600 miliardi di dollari, immettendo nuova liquidità, ha innescato una guerra valutaria in cui la Cina teme di perdere competitività sui mercati internazionali, a causa della discesa del dollaro.

Le risposte non si sono fatte attendere: il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan ha infatti affermato che “Potrà anche essere una ottima politica per gli Usa, ma non lo è per il resto del mondo dove anzi rischia di innescare molte ripercussioni negative”.

Ma è ovvio che la politica dei cambi adottata da Pechino per poter dominare nel commercio internazionale non potrà essere mantenuta a lungo. Anche il premier britannico David Cameron ha invitato la Cina a rafforzare lo yuan. L’economia cinese è diventata troppo grande, al punto che il mix di yuan debole e libero commercio internazionale sta condizionando in modo negativo le economie dei paesi occidentali. La crisi mondiale ha acuito le difficoltà delle industrie che non riescono a stare al passo con i costi di produzione di un Paese che, oltre a vantare un costo del lavoro molto basso, può beneficiare anche di un rapporto di cambio estremamente favorevole. E in molti cominciano a provare fastidio per una nazione che tenta di imporre la propria forza economica per dissuadere i capi di Stato da incontrare il Dalai Lama o per partecipare alla cerimonia di consegna del premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo.

Il tema dei diritti civili sta appassionando i cittadini, che tramite il web apprendono le violazioni ai diritti personali che sono subite dai dissidenti. L’ultima vittima è il famoso architetto Ai Weiwei, uno dei progettisti del “nido di uccello”, lo stadio olimpico di Pechino, che alcuni giorni fa, dalle pagine del quotidiano “Repubblica” ha messo in guardia gli italiani e gli occidentali:

«La Cina è un luogo dove non esiste libertà di espressione, dove l´accesso alle informazioni è limitato dalla censura, dove non si svolgono elezioni e dove la giustizia dipende dalla violenza del potere. Il mondo deve capire cosa significa trasformare un luogo simile nella prima potenza del pianeta».

Parole molto forti, di cui non si può assolutamente negare la verità, e che assumono un significato ancora più importante se si considera che la Cina sta colonizzando (ovvero si sta impadronendo delle principali fonti di materie prime) l’Africa e, venendo in soccorso delle nazioni europee più indebitate (Grecia, Portogallo) si sta insinuando nelle economie più deboli del Vecchio Continente.

La Cina non è un Paese libero, né quanto a libertà di pensiero e di stampa né in termini di libertà economica. Chi favoleggia le possibilità del made in Italy in Cina deve riflettere che la liberalizzazione degli scambi ha consentito alle merci cinesi di invadere il nostro mercato, spesso con prodotti contraffatti o dannosi per la salute umana, distruggendo le nostre imprese meno forti in cambio di un export complessivo che è pari alle esportazioni dell’Austria in Cina. Ben poca cosa, quindi, che può essere il vanto di pochi brand (Ferrari, Armani, ecc), ma a danno di migliaia di industrie e dei loro lavoratori.

Questo potere eccessivo che al Cina sta assumendo nel’economia mondiale rende insopportabile la sua politica di cambi, a cui infatti oggi gli Usa si oppongono senza remore. E diventa un problema anche per l’Europa se il premier inglese Cameron ha messo in luce la necessità di Pechino di rafforzare lo yuan,, poiché «questo favorirà anche l’idea, all’interno della comunità internazionale, che la Cina, come potenza economica, sia una forza positiva».

In caso contrario, la revisione dell’apertura al commercio internazionale da parte dell’occi-dente sarà inevitabile: e non sarà protezionismo, ma autodifesa della propria economia e del benessere dei propri cittadini.

Francesco Chiappetta
Francesco Chiappetta
Il prof. Francesco Chiappetta, manager d'azienda, è stato docente universitario di vari atenei. Ha profonda esperienza comprovata da incarichi importanti in azienda leader nel settore delle telecomunicazioni. La sua esperienza diversificata ha l’obiettivo di fornire consulenza direzionale, innovativa e approfondita. E' iscritto all'albo dei giornalisti dal 2005, successivamente nel 2007 pone un’iniziativa editoriale, per la società Si -ies, fondando Sentieri Digitali E-magazine di creatività e tecnologia per la comunicazione d’impresa. L’obiettivo di Sentieri Digitali è dedicato alla Comunicazione d’impresa in senso lato: ovvero dalle grandi imprese alle pmi e gli artigiani, dai professionisti alle PA, dal Marketing agli obblighi d’informazione per le società quotate. L’intero contesto dell’e-magazine è incentrato sui passi evolutivi della trasformazione digitale.

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