La minaccia cinese nella corsa alle “terre rare”

Le terre rare sono 17 elementi chimici, della tavola periodica, classificati come metalli (Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio, Lutezio, Ittrio, Promezio e Scandio) e tutti sono considerati indispensabili per l’avvento della quarta rivoluzione industriale, tanto che a controllarne l’estrazione è una grande potenza come la Cina, la quale ha scelto di utilizzare le terre rare come arma da direzionare contro il mondo occidentale.

Da diverso tempo, per la questione delle terre rare, è in corso una competizione che vede fronteggiarsi Stati Uniti e Cina, con possibile inserimento da parte dell’Europa considerati gli ingenti giacimenti della Groenlandia, in grado di soddisfare per circa 150 anni il fabbisogno mondiale.

Le terre rare servono, essenzialmente, per creare tutto ciò che, ad oggi, sta diventando indispensabile: batterie elettriche, motori ibridi, turbine per produrre energia eolica, convertitori catalitici, apparecchi elettromedicali, leghe metalliche speciali, polveri lucidanti per chip di silicio, schermi e monitor.

Il nome “terre rare”, nonostante tutto, è un nome collettivo che accomuna i metalli citati poco prima ma contiene in sé un’inesattezza: le terre rare non sono poi così rare ma sono, invece, piuttosto diffuse.

Il loro problema risiede nella concentrazione molto bassa (si parla di livelli tra 0,5 e 0,60 parti per milione) e per procurarsele bisogna, non solo estrarre i minerali, ma procedere a complesse procedure di separazione con massicci impieghi di acqua ed energia, nonché di sostanze altamente inquinanti come l’acido solforico.

Tali minerali spesso finiscono per liberare sostanze radioattive e questo conduce, inevitabilmente, alla spiegazione del perché la Cina, ad oggi, né sia l’unico dominatore di mercato.  La Cina, attualmente, gestisce il 93% del fabbisogno internazionale e il suo principale giacimento di terre rare, ancora in attività, è quello di Bayan Obo, situato in Mongolia.

La Cina si è accaparrata questo predominio scegliendo spontaneamente di devastare, dal punto di vista ecologico, intere zone del suo stesso territorio, a differenza degli Stati Uniti che fino alla seconda metà degli anni Ottanta risiedevano tra i maggiori produttori di terre rare grazie alle attività condotte nella miniera di Mountain Pass in California, ma che, tuttavia, hanno dovuto fare i conti con regolamentazioni ecologiche, processi di risarcimento dei danni e conseguenti fallimenti, perdendo, di fatto, la loro posizione privilegiata in questo ambito.

In anni recenti, gli Stati Uniti hanno cercato di trasferire le lavorazioni più inquinanti proprio in Cina, così come altri produttori mondiali, ma ciò non ha fatto altro che rafforzare il potere e la strategia di Pechino mentre la Cina, nel frattempo, traslocava parte del lavoro più “sporco” in Myanmar, nel quale gli standard ambientali sono nettamente più bassi.

Da una prospettiva geopolitica, questa evoluzione assume tratti quasi grotteschi, soprattutto se si pensa al fatto che uno dei settori in cui le terre rare sono ormai considerate indispensabili è il settore dell’aviazione. Un recente rapporto del Congresso degli Stati Uniti ha calcolato che un solo caccia F-35, appartenente alla Lockheed Martin, contiene circa 417 kg di terre rare perciò, a questo proposito, a chi dovrebbero rivolgersi gli americani per procurarsi tali materiali se non alla Cina?

Questo ha portato gli Stati Uniti ad essere dipendenti dal loro principale avversario e spiega il perché le terre rare siano diventate, a tutti gli effetti, una delle principali aree di tensione tra i due Paesi.

La Cina ha poi inserito in una “black list” alcuni produttori aeronautici e missilistici statunitensi e questa lista nera ben presto potrebbe trasformarsi in un vero e proprio divieto di fornitura. Per questo la priorità strategica degli Stati Uniti è costituita dalla creazione di canali alternativi da destinare all’approvvigionamento.

Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2011, la Cina già deteneva il monopolio del settore ma rispetto ad oggi l’utilizzo delle terre rare era considerevolmente più limitato. Attualmente, un arresto delle forniture di terre rare rischierebbe di provocare conseguenze più gravi, se non addirittura devastanti.

A peggiorare le cose è che la Cina non sta mettendo le mani solo sulle terre rare ma anche sul litio, sul cobalto, sul nickel e sul rame. La Cina può vantare di possedere le carte migliori nel palmo della sua mano ma ha avuto anche la prontezza di guardare avanti con la creazione di forum, per il dialogo e la cooperazione, e di partenariati bilaterali con i paesi più poveri dell’America Latina e dell’Africa.

Con questi singoli paesi, la Cina ha concordato diversi investimenti nell’ambito di infrastrutture, estrazione di risorse e raffinazione, e il tutto per assicurarsi il controllo delle risorse necessarie all’avvento della quarta rivoluzione industriale.

Il cobalto poi, è un ingrediente ritenuto fondamentale al giorno d’oggi per le batterie, gli smartphone, i laptop e i veicoli elettrici ma la sua concentrazione geografica ricorda quelle delle terre rare, con il Congo che contribuisce alla sua produzione mineraria per oltre il 60% nonostante la povertà che caratterizza il paese su cui la Cina, ovviamente, non perde occasione di dettare legge.

Gli altri Stati fanno fatica a confrontarsi con la determinazione e la sete di risorse provenienti dalla Cina ma l’Europa, nel corso dello scorso anno, ha mosso i primi passi in funzione di un cambiamento e questo ha determinato la creazione dell’Erma, ovvero dell’alleanza per i materiali critici.

In questo senso le università, i centri di ricerca e le imprese si sono posti l’obiettivo di intervenire, rafforzando la competitività europea nel campo delle materie prime, considerate appunto strategiche.

Si prevede, quindi, che l’Europa potrà contrare sull’utilizzo di nuove miniere in Serbia e in Ucraina per l’estrazione delle terre rare ma queste miniere saranno ufficialmente operative non prima del 2030 perciò le democrazie occidentali riusciranno a creare una propria filiera indipendente dalla Cina o resteranno confinate al ruolo di osservatrici silenti mentre quest’ultima si confermerà primo importatore di terre rare al mondo?

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