Telecomunicazioni e concorrenza

È un periodo in cui si parla con interesse di nuovi scenari nel campo delle telecomunicazioni. Annunci e poi smentite di possibili OPA, scalate e acquisizioni – ultima tra le quali la vicenda KKR/TIM – denotano un settore in fermento.

Se l’idea prevalente percepita è che il numero degli operatori nel nostro Paese sia elevato, gli ultimi giorni hanno visto l’ingresso nel mercato italiano nientemeno che di una nuova compagnia. Si tratta dell’australiana Bai Communication, con Luca Luciani, già dirigente Telecom e AD di Tim Brasile, a capo della divisione italiana.

Punti qualificanti della strategia aziendale saranno la telefonia cellulare 5G e la copertura del territorio con delle “small cell” con l’obiettivo di meglio densificare le reti, in particolare nei contesti urbani. Tale densificazione interesserà sia i privati – in particolare supportando le imprese presenti nei settori healthcare, ricerca, istruzione, produzione e servizi – che i luoghi pubblici, come ad esempio gli stadi con il potenziamento delle reti indoor.

Nel piano di Luciani, oltre al raggiungimento del «breakeven a livello di EBITDA nell’arco di tempo di tre anni», è inoltre prevista l’installazione di 50 siti Das (Distributed Antenna Systems), con migliaia di antenne small cell «anche in collaborazione anche con aziende locali municipalizzate».

Nel frattempo grande agitazione anche in casa Vodafone ed Iliad: il colosso inglese ha di recente rifiutato l’offerta di circa 11,25 miliardi messi in campo dalla società del miliardario Xavier Niel per l’acquisizione della sua divisione italiana. «Non è nell’interesse dei soci – si legge in una nota ufficiale di Vodafone – rimaniamo concentrati sulla fornitura di valore per gli azionisti attraverso una combinazione della sua strategia di crescita organica a medio termine e dell’ottimizzazione continua del portafoglio».

L’acquisizione di uno degli operatori principali di rete mobile in Italia avrebbe non poche conseguenze anche sul tema della valutazione antitrust: proprio a tal proposito Alberto Calcagno, Ceo di Fastweb, ha auspicato, in caso di esito positivo delle trattative, la definizione da parte della Commissione europea di «un pacchetto di remedies in modo da garantire la giusta pressione competitiva nel mercato». E proprio quest’ultima potrebbe proporsi come “remedy taker”, proprio come Iliad lo è stata nel 2018 all’indomani della fusione di Wind e 3 Italia.

Iliad – rivelatosi sia come operatore innovativo ma ancora di più come commercialmente aggressivo – attraverso tale operazione avrebbe precisi obiettivi strategici: in primo luogo l’ampliamento della propria disponibilità di frequenze nella prospettiva del 5G (come noto nell’ultima asta TIM e Vodafone sono risultati aggiudicatari del maggior numero di frequenze) e in secondo luogo, dal punto di vista tecnologico, seguire lo sviluppo del progetto di convergenza tra sevizi di rete fissa e mobile, in particolare a seguito della digitalizzazione innestata dal Pnrr.

La rete fissa in Italia vede attualmente presenti sul mercato TIM, Vodafone, Fastweb, Wind, Linkem, Eolo ecc., mentre la rete mobile vede in testa TIM, Vodafone, Wind, Illiad, PosteMobile ed altri MVNO. In caso di fusione il conglomerato che ne nascerebbe andrebbe a possedere una quota di mercato del 36% e ricavi per circa 6 miliardi.

Tali vicende stanno indubbiamente a sottolineare come stia aumentato l’interesse da parte degli investitori nei confronti del mondo delle telecomunicazioni italiano e di come eventuali concentrazioni dovranno sempre confrontarsi con puntuali procedure di compliance dal punto di vista della concorrenza.

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