Il paradosso dell’iperinformazione: il digitale è la tomba del giornalismo?

Sono passati diversi anni dal giorno in cui il giornalismo ha cominciato la sua migrazione dal cartaceo alle piattaforme digitali. L’idea comune, alle origini, era certamente quella di ampliare il bacino di utenza delle varie testate giornalistiche, nonché la fruibilità dei contenuti, in maniera tale da avere una nuova via per esaltare il giornalismo di qualità. Tuttavia, oggi possiamo affermare con serenità e un po’ di amaro in bocca che le cose non sono andate in questa direzione. Il criterio qualitativo, caratterizzato dall’esaltazione della forma e del contenuto di un articolo, nonché dello studio e della ricerca connaturati a esso, ha ceduto il passo al criterio quantitativo. Nell’epoca dell’iperinformazione, la vasta accessibilità alle notizie e l’enorme presenza di informazioni istantanee hanno dato il via libera alla cosiddetta ‘corsa al click’. Si tratta di una becera gara a chi pubblica prima una notizia, disinteressandosi della qualità formale e della veridicità contenutistica del relativo articolo. Il tempismo diventa dunque fondamentale, e si presenta come la principale fonte di guadagno economico per una testata giornalistica. Ma la fretta non è mai la strada migliore per chi deve comunicare, e non può che condurre alla morte del giornalismo di qualità.

Il giornalismo da Covid-19

A evidenziare la triste evoluzione del giornalismo digitale non poteva non essere un evento storico come la pandemia da Covid-19, la quale ha inevitabilmente attratto, da un anno a questa parte, i riflettori su di sé. Nel momento in cui viene presa la decisione di trattare temi complessi e delicati come quelli legati alla pandemia, si deve necessariamente comprendere che una meticolosa ricerca preventiva sia indispensabile, e che l’impatto di un articolo sulla popolazione possa essere molto forte e avere altrettanto forti ripercussioni. Non ci può e non ci deve essere spazio per la corsa al click, la quale prevede sistematicamente il ricorso alle notizie scandalistiche, spesso volutamente ingigantite. Se i fruitori non hanno i mezzi per discernerne la veridicità, si crea un circolo vizioso molto rischioso.

La domanda sorge dunque spontanea: è corretto scambiare i click con il terrore della gente? È questa la deriva che doveva prendere il giornalismo?

Come rianimare il giornalismo

Vi è la necessità, dunque, di porre dei semi che possano alimentare la speranza di una nuova fioritura del giornalismo. E il primo passo deve sicuramente essere quello di implementare sofisticati e sicuri sistemi di Fact Checking. A farlo devono inevitabilmente essere le fonti giornalistiche considerate autorevoli, partendo dunque dalle grandi testate giornalistiche, oggi vittime e carnefici del cosiddetto fenomeno del clickbait. Queste, di fatto, hanno compreso che per competere online era necessario abbassarsi al livello dei vari blog e portali online, trasportando la competizione, appunto, sulla tempestività delle notizie. Ora è necessario rifiutare le dinamiche del Web e tornare a valorizzare la qualità dei pezzi giornalistici, in modo da abituare i lettori a distinguere le fonti verificate da quelle incerte, che finiranno, nella migliore delle ipotesi, per essere scartate.

Non si possono tuttavia nascondere i problemi relativi alla bassa remuneratività del giornalismo odierno, e dunque alla sconvenienza, per la stragrande maggioranza delle testate, di allontanarsi dal coro. Ma è indispensabile che succeda. Il click, d’altronde, non va visto come un attestato di merito. Si sta vendendo il giornalismo e per farlo lo si sta snaturando, sminuendo. Nel frattempo, noi ne piangiamo la scomparsa.

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