Che direzione stiamo prendendo?

“L’occasione storica per investire sulla sostenibilità”. È stato detto da ogni personalità di rilievo a livello internazionale e, anche in Europa, sta diventando una causa primaria con la quale fare i conti.

L’occasione è propizia per recuperare alcuni ritardi che hanno caratterizzato il settore climatico e non solo. Si pensi ad esempio, secondo un rapporto 2020 “L’Italia e gli obiettivi di sviluppo sostenibile” (Fonte Asvis), il nostro Paese è in ritardo su 9 obiettivi dei 17 previsti dall’Agenda 2030. Non un bel risultato, ed è quasi ovvio che si può sempre fare meglio, specialmente perché stiamo parlando di ritardi sugli investimenti per contrastare la povertà, per migliorare la sanità, l’istruzione, l’occupazione, per arginare le disparità di genere e le diseguaglianze sociali, per creare partnership strategiche e per adottare politiche innovative a partire dallo sfoltimento della burocrazia.

Non c’è un sistema di gestione dei disastri ambientali e non esiste, almeno ancora, un efficace sistema di smaltimento dei dispositivi di sicurezza individuale.

Le previsioni ottimistiche vengono smentite annualmente dalla classifica DESI (Digital Economy and Society Index) che fa emergere degli scenari tutt’altro che positivi. L’Italia è al terzultimo posto fra i 28 paesi UE e i livelli di competenze digitali “base” sono molto bassi. Dunque, non si investe neanche nel capitale umano. E ciò è correlato allo schema delle priorità sulle quali investire, ovverosia se non dedichiamo e spendiamo più tempo e danaro in istruzione e formazione delle competenze digitali come pensiamo di poter curare l’ambiente in cui viviamo? Come riusciamo a far funzionare macchinari super tecnologici, grandi ausiliari per tentare di abbattere le emissioni di CO2, se non sappiamo usarli? Che direzione stiamo prendendo?

Non possiamo aspettare che siano le “élite” (inteso come gruppo di persone molto istruite in possesso di risorse per gestire tematiche complesse). Il contributo può e deve partire da tutti ma può esistere solamente se c’è una cultura dell’ambiente: se c’è la conoscenza. Pertanto, non solo le industrie dovrebbero immettere sul mercato il concetto di bioeconomia circolare, incentivando le imprese ad assumere un ruolo sociale importante sui territori, ma anche noi cittadini potremmo essere protagonisti attivi per portare avanti il progetto del “Green New Deal”.

Dobbiamo essere tutti coprotagonisti della chiusura del ciclo con progetti di territorio: le materie organiche che circolano nelle nostre città creano i rifiuti e questi non tornano indietro a rifertilizzare.

Questa potrebbe essere l’occasione per rivoluzionare tutto ed è rassicurante sapere che molte donne, in primis la presidente della Commissione europea, sono a capo di questa battaglia. È il tempo in cui servono persone in grado di adoperare il potere per erogare un servizio, non manipolarlo secondo i propri interessi.

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