POLITICA

L'Italia ed il voto

12/02/2019
di Francesco Chiappetta

Viene in mente una barzelletta di un pugile che affronta l’avversario sul ring prendendo un “sacco di botte”. Alla fine del primo round si presenta dal suo allenatore, dicendo che l’avversario è più forte di lui, e quindi, come si dice in gergo pugilistico, vuole “gettare la spugna”. Il suo allenatore lo conforta, dicendogli che ha difeso benissimo e di affrontare la seconda ripresa. Durante la seconda ripresa i risultati sono peggiori e alla fine il malcapitato dicendo al suo allenatore che l’avversario è così forte e violento che non può gareggiare con lui. L’allenatore cerca di confortarlo, ma il pugile quasi groggy dice: “Caro allenatore visto che mi difendo bene, probabilmente è l’arbitro che mi picchia”.

La metafora riguarda i risultati elettorali dell’Abruzzo. Come al solito, hanno vinto tutti, probabilmente senza arbitro. La giunta di centro-sinistra uscente perde in maniera sonora. Vince il centro destra e i perdenti immediatamente manifestano soddisfazione, come a dire: “Abbiamo recuperato molto, siamo bravi”. Nessuno, però, dice: “Abbiamo perso”. L’altro partito, i 5 Stelle, perde tantissimo e molti parlano di riflessi, anche verso il governo, in quanto il socio alleato e leghista Salvini ha fatto man bassa di voti. In Consiglio dei Ministri Di Maio, come lui vicepresidente, mostra ampi sorrisi per dire che è soddisfatto, in quanto ha perso, e l’altro, Salvini, ha vinto ed è soddisfatto. Non è più facile capire il concetto di soddisfazione, molto relativo. Da oggi in poi, possiamo dire di aver scoperto in metafora che anche i numeri possono essere relativi, oltre che primi.

Depone non bene. Non tanto per i politici, che fanno il loro mestiere, ma per i blasonati commendatori, che non contribuiscono minimamente a rendere informato il cittadino, diffondendo notizie fortemente politicizzate e, in alcuni casi, vergognose.

E’ un po’ come il Festival di Sanremo, in cui vince un giovane nato in Italia, di madre sarda e papà egiziano, che partecipa al Festival della Canzone Italiana, ma, per meglio colorire il contenuto della sua canzone, canta una frase in lingua araba. Alcuni hanno pensato al Festival della Canzone Araba, per un momento, ma poi hanno ricordato di essere a Sanremo, con i suoi alti costi.
La giuria composta dagli ascoltatori ha votato per un cantante, dandogli la vittoria del televoto, ma è intervenuto il tecnicismo italiano, con una giuria di dotti, definita “d’Onore”, composta da giornalisti. Per capire la capacità culturale e la non appartenenza politica, hanno dato un voto, annullando il vincitore espresso dal popolo attraverso il televoto, per ribaltarlo con una giuria che taluni hanno definito politica ed incompetente.

Come possiamo parlare di cambiamento? Come possiamo digitalizzare un Paese? Possiamo pensare ad una Trasformazione Digitale? Come possiamo invocare l’Europa, se alla fine chi decide è una giuria malata?
I poveri Baglioni, Bisio e Raffaele hanno chiuso in modo inadeguato sia per gli ascolti, che per il risultato, che per le parole colorite di “Ultimo”, che, con un italiano perfetto, ha detto “voi dovete sempre rompere il ca**o” con un riferimento non puramente casuale.

Di Maio e Grillo, ci hanno abituato al televoto e al tele-sondaggio. Stando ai risultati di Sanremo probabilmente il sistema è da rivedere. Così come è da rivedere l’edizione di Sanremo, nata per certe finalità. In questo momento, non avendo la materia prima, sarebbe forse opportuno, con un po’ di coraggio, sospendere con motivazione scritta “per poca capacità”. I nostri amici e colleghi giornalisti, prima di essere giornalisti, dovrebbero anche essere persone di cultura dell’informazione e della comunicazione e, quindi, non dovrebbero rispondere secondo la testata politica, ma partecipare con un’aria pulita e intelligente, premiare chi deve essere premiato, non fare politica in un ambiente non idoneo. Almeno, così si era abituati nel recente passato.

Qualcuno direbbe “Meditate gente, meditate!”.

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