PRIVACY

La condanna di Google e il rispetto della privacy

26/02/2010
di Francesco Chiappetta

Due mesi per cancellare un video in cui un disabile viene maltrattato e vessato dai compagni di scuola sono troppi. E Google è colpevole della lesione della privacy che il giovane ha subito per così lungo tempo, mentre oltre 5.500 persone lo guardavano, dopo averlo scoperto al 29° posto tra i “video divertenti” (!) pubblicati sul sito.

E’ inutile ora strepitare sulla “libertà del web”, sul “rischio di censura” e su tutte le altre sciocchezze che, per puro esercizio ideologico e questione di principio, si stanno scrivendo su giornali e blog.

Chi ha sbagliato deve pagare, sia per strada che sul web: un principio chiaro e semplice che deve far capire che «il diritto d'impresa non può prevalere sulla dignità della persona. Con questa sentenza si è detta una parola chiara sul tema», come ha commentato il pm Robledo dopo la sentenza. Né violare principi fondamentali, come il diritto alla privacy che il nostro Paese difende con una ottima legge ed una efficiente Authority presieduta dal prof. Francesco Pizzetti.

Il video, inserito l’8 settembre 2006, ha subito destato scalpore, ed è stato chiesto a Google di cancellarlo. Ma lo scandalo accresceva la curiosità nei confronti di un modello di business promettente: perché privarsi di tanta pubblicità gratis? Bastava aspettare, e poi si sarebbe potuto – con calma – cancellarlo, quando non fosse stato più utile per portare visitatori al sito. E, infatti, Google lo ha cancellato solo due mesi dopo (il 7 novembre), quando non serviva più a fini pubblicitari.

La condanna penale a sei mesi di carcere per i dirigenti Google, anche se non applicata, rappresenta un precedente che, “unico al mondo”, dimostra che nel nostro Paese la Privacy va rispettata da tutti, anche se si è uno dei leader di mercato del web.

E’ chiaro che la condanna non è per l’essersi verificato l’inserimento: nessuno chiede a Google un controllo sui materiali inviati dagli utenti, ma qualora si segnali un illecito, è doveroso che l’azienda proceda immediatamente alla cancellazione richiesta: come ha fatto, senza scomodare l’ambasciatore americano a Roma, il social network Facebook, oscurando nell’arco di poche ora dalla richiesta l’odioso gruppo «giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down», nato alcuni giorni fa.


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