FINANZIAMENTI EUROPEI

Il Sud: sviluppo, coesione e competitività

15/02/2017
di Francesco Chiappetta

Quando si parla del Sud a molti verrà immediatamente alla mente la Cassa per il Mezzogiorno, una istituzione dedicata. Durante la gestione si è avuta la sensazione che l’impegno della cassa fosse stato utile e determinante: quali sono le evidenze ed i riferimenti? Una delle esperienze, di tipo visivo, riguarda coloro che abitualmente percorrevano la strada, “autostrada”, Roma - Reggio Calabria, e già nel basso Lazio si trovavano diversi plessi destinati e creati per nuove imprese. L’occupazione c’era anche se già in posizione di alto precariato.

A distanza di svariati anni dall’abolizione della Cassa per il Mezzogiorno, verso i nostri giorni, si è scoperto che molti plessi che avevamo visto, già e solo sull’autostrada, erano come delle “pecore nel deserto”, o meglio, delle “aziende nel deserto”. Ad oggi primeggiano diverse scritte: “chiusa”, “in vendita”, oppure, “padiglione disponibile”. Cosa è successo? Una cattiva programmazione? Una pessima strategia? Una visione strategica “oggi per ieri”? Il bilancio certamente, almeno per queste aziende non è stato positivo.

Oggi si parla, a livello governativo, di diverse facilitazioni per chi investe nel Sud ed in particolare nelle cosidette aree della convergenza a partire dalla Campania, dalle Puglie, dalla Calabria e dalla Sicilia, con qualche altro piccolo pezzo geografico del centro sud. Si mette in luce la possibilità di defiscalizzare, che vuol dire pagare meno tasse; ci sono investimenti con fondi europei, investimenti da parte del Miur e da parte del Mise. Cosa accade? Probabilmente una vecchia storia che si pensa di rifare, talvolta, “si chiudono le stalle quando i buoi sono già fuggiti”. L’esempio non è tra i migliori, ma penso che calzi perfettamente, in quanto, molti giovani, molte risorse, non risiedono più nell’area della convergenza ma sono gia scappati; qual’è la cura? Tentare una volta per sempre di togliere l’alta burocrazia del nostro Paese, aprire a investitori esteri, agevolare l’impresa mettendo dei paletti ben precisi sin dal’inizio e non uscire dal seminato, ed effettuare quei controlli a campione che servono a non far commettere errori a chi intende investire. L’esperienza dei finanziamenti europei la dice lunga, secondo la stampa qualificata si afferma che il nostro Paese non riesce a spendere tali fondi, pur essendo questi, soldi dati dal nostro governo. Tutto questo deve far riflettere: cosa vuol dire che molte piccole medie imprese rinunciano al denaro che viene dato con alte facilitazioni? Probabilmente passa la voglia di entrare in questo meccanismo, in quanto ogni piccola anticipazione viene seguita da formule esagerate, quali ad esempio: “l’amministrazione si riserva in qualsiasi momento di revocare....”, non si capisce cosa. Se è tutto in regola si procede con le fasi successive, se non è in regola non bisogna erogare. L’informatica nel nostro paese non ha fatto molta strada, ma la PA ha avuto modo di usufruire di molti soldi per creare dei sistemi informatici rispondenti alle esigenze del Paese, perchè non seguire i vari processi in maniera seria e cercando anche di erogare un qualche cosa che sembra avere un costo molto alto come quello della fiducia nei confronti delle PMI.

Certamente è necessario fare qualcosa, soprattutto in un periodo in cui si parla di nuovo Piano per il Sud, con un importo totale di 35 miliardi fra fondi europei e fondi nazionali, divisi per lo più in: turismo e cultura, edilizia pubblica, politiche sociali, sviluppo economico, infrastrutture ed ambiente. Per il bene del Mezzogiorno vanno considerate alcune proposizioni essenziali, come quella relativa ad una migliore programmazione e attuazione dei piani, alla necessità di avere una strategia comune, con linee guida e obiettivi coordinati. Serve, appunto, una visione che sia sovra-regionale, su tutto il mezzogiorno, con una governance multi-livello e che consideri con grande interesse gli aspetti socioeconomici. Riduciamo, dunque, la dispersione degli investimenti, proviamo a fissare degli obiettivi flessibili e non dimentichiamo due elementi fondamentali: l’inclusione sociale e la formazione, soprattuto per l’industria 4.0 e per una PA che diventi seriamente efficiente.


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