POLITICA

La Legge di bilancio

29/11/2017
di Francesco Chiappetta

Finanziaria o legge di bilancio? Questo o quello per me pari sono. Per i cultori della materia è sufficiente consultare la rassegna stampa di ogni finanziaria per poter riscontrare la monotonia e nello stesso tempo il ripetersi dei comportamenti mai rispettati. Il nostro Paese ha un debito pubblico che supera i duemila miliardi. L’Europa ci scrive la letterina di Natale ed anche della Befana, mandandoci un po’ di carbone leggermente colorato e facendocelo passare per “marshmellow”: “cari italiani siete bravi però dovete continuare a migliorare”. Passata la festa, l’Europa ritorna immediatamente: “ricordatevi che avete oltre duemila miliardi di debiti”.

La legge di bilancio è passata dall’enunciazione di venti miliardi ad una cifra non ancora ben chiara e definita. Non v’è dubbio che vi sono delle cose buone, a partire dallo sblocco di assunzioni di ricercatori precari, prevedendo 10 milioni per 2018 e 50 milioni a decorrere dal 2019. Vi sono state poi altre provvidenze che riguardano bonus bebè, ma in maniera ridotta. In una situazione così drammatica, bisognerebbe avere la forza di far percepire ai cittadini italiani che la salute dal punto di vista economico è particolarmente precaria (detto in questo modo è tutto indefinito e non si capisce la gravità). Se è vero, e purtroppo è vero, bisognerebbe puntare a formulare proposte diverse e probabilmente anche collaudate. Se i consumi non crescono vuol dire che ci sono pochi soldi e poca sicurezza. Le tasse? Modestamente siamo i primi in Europa. Se gli economisti, almeno taluni, sostengono che abbattendo le tasse è possibile avere una minore evasione e quindi il cittadino non si sente più vessato, come si spiega il fatto che in questi giorni si paga tantissime tasse con poche prestazioni, se non elencate sulla carta, ma che nelle realtà non vengono percepite?

La forza di un governo si vede anche nel prendere posizioni importanti, puntando ad investimenti, sia per la ricerca e sia per progetti strutturali, quali ad esempio, la riforma della pubblica amministrazione che va avanti dalla costituzione dell’Unità d’Italia.

Il mondo è cambiato, i lavori sono cambiati, si parla di dematerializzazione, ma è possibile non vedere niente? Dare dei segnali è importante, ma devono essere accompagnati da atti concreti. Non è possibile che abbiamo la trasparenza amministrativa, dove sono previste tra l’altro le autodichiarazioni, ed invece viene richiesta proprio dalla PA una dichiarazione con atto notarile, che per un modesto bando costa al cittadino circa 400 euro. L’esempio non è casuale, è un fatto concreto. Dovrebbe essere la PA centrale o periferica a dare delle direttive precise, dimostrando che sono le prime entità che rispettano quanto emanato dagli organi preposti del nostro Paese. È brutto sentirsi dire dal povero funzionario/dirigente: “avete ragione, ma purtroppo non posso fare nulla”. Questo vuol dire cambiamento? Secondo me vuol dire.....


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