COMUNICAZIONE

I media come arma nelle strategie terroristiche dello Stato Islamico

24/07/2017
di Lorenzo Ceotto

Era il 9 luglio 2005 quando Al Zahawahiri comunicava ad Al Zarqawi quanto segue: “Tuttavia, nonostante tutto questo, ti dico che siamo in una battaglia e che più della metà di questa battaglia sta avvenendo nel campo dei media. Siamo in una battaglia mediatica, in una gara per i cuori e le menti del nostro Ummah”.

I media sono l’arma più potente nelle strategie del terrore, sono divenuti sempre più condizione necessaria, nonchè apice o cardine di una missione terroristica. La strategia mediatica è la ragion d’essere dell’intera organizzazione terroristica. Nulla viene fatto se poi non può essere comunicato e nessun atto terroristico viene pensato senza avere in mente la strategia migliore per elevarne la spettacolarizzazione e la risonanza mediatica. L’approccio ai media così forte prende ancora più vigore e potenziale con l’avvento del web e delle tecnologie di comunicazioni digitali da cui derivano le nuove tendenze dell’internet jihadism e della digital jihad.

La strategia militare si piega dunque all’esigenze mediatiche, dove lo Stato Islamico mira a veicolare un messaggio continuo di espansione costante e di invincibilità, a composizione di una comunicazione che deve essere propaganda, una delle finalità principali e quella di attirare reclute, proprio considerando che nell’infosfera terroristica contemporanea l’indrottinamento del terrorista passa attraverso la Rete.

L’ISIS è divenuto l’espressione suprema del terrorismo come fabbrica mediatica, servendosi delle emozioni irrazionali che riesce ad innescare dotandosi di un vasto insieme di media che sfrutta in delle campagne di comunicazione integrata degne delle migliori agenzie del mondo pubblicitario tradizionale, AL HAYAT è una vera e propria agenzia di comunicazione dello Stato Islamico e non è l’unica. Magazine, storytelling, claim, grafiche, visual, fumetti, video entertaiment e video training rigorosamente “brandizzati”, ma anche gadget audio, stickers, wallpapers diffusi in Rete e molto altro, anche la personalizzazione dei videogames con i mods dello stato islamico. Tutto questo va a far leva su aspetti emotivi, di intrattenimento e anche di gamificazione del conflitto come strategia di comunciazione politica e soprattutto per l’indottrinamento di nuove reclute.

Nel messaggio che si veicola nei social media e nel deep web, con questi strumenti e contenuti di coinvolgimento, si cerca di alimentare le community e incrementare i followers, di ingaggiare nuovi seguaci e al contempo di seminare il terrore, alimentando il culto della violenza e la radicalizzazione islamica. Una radicalizzazione che grazie alla Rete diventa sempre più self-radicalization, invitando al fai da te con messaggi come “do-it-yourself” e “just do it!”. Si invita a percorsi di indottrinamento e di allenamento con pacchetti di open source training e di e-learning, video tutorial e molto altro; si vuole inoltre stimolare la creatività nello sviluppo anche di nuovi metodi di attentato terroristico. La retorica jihadista, in questo, vuole sedurre le menti dei giovani, facendo leva sulle frustrazioni dei sospetti più vulnerabili, cercando di propiziare quell’innesco che da il via all’azione violenta, alla missione di terrore e a un fenomeno come quello dei foreign fighters o dei lupi solitari.

I nuovi media terroristici dunque si pongono obiettivi e funzioni svariate, legate in primis all’ identificazione sull’asse locale-globale (glocalization), dall’identificazione di sé nel proprio piccolo ma anche come parte di un collettivo, come ingranaggio della macchina terroristica globale, raggiungendo grazie alla rete una vasta massa critica su tutto il globo e connettendo le singole cellule o i singoli lupi solitari ed i rispettivi attacchi ad un gruppo di offensive su scala mondiale. Dunque la dottrina, servendosi della rete per la disseminazione di concetti più o meno religiosi; poi per stimolare gli attacchi, celebrando quelli avvenuti e promuovendo nuovi modus operandi per quelli futuri; per celebrare le esecuzioni, condannando e giustiziando traditori e infedeli; per favorire l’apprendimento e mettere in pratica l’insegnamento, spiegando come ideare ed eseguire un attacco esplosivo, o innescando l’azione di missioni suicide. Evidenziando anche l’importanza dell’allenamento in fase di preparazione della guerrilla e del foreign fighting. Tutti questi elementi vanno a serializzare a livello crossmediale la cultura del terrorismo andando anche a ridefinire alcuni concetti chiave della jihad.

Il campo di battaglia quindi si fa sempre più ampio dal mondo reale, alla rete e al cyber-spazio, l’evoluzione è complessa e non riguarda solo una trasformazione tecnologica, ma anche sociale e culturale in continuo mutamento. Ed è proprio in questa trasformazione complessa e non lineare, avvenuta di pari passo con l’avvento della digital culture, hanno avuto modo di palesarsi fenomeni come quelli recenti della self-radicalization, del foreign fighting della lone jihad (lupi solitari) e della citizen jihad. In tutto questo ci troviamo oggi dinanzi ad un assettodi “terrorismo molecolare”, definito così dall’esperto ricercatore e studioso in crimine, comunicazione e terrorismo Arije Antinori,  per la propensione a colpire in modo indiscriminato, in modo più o meno organizzato, talvolta quasi a livello spontaneistico e nelle proprie città di adozione. Questo va a costituire un movimento jihadista globale dove lo Stato Islamico e Al Qaeda sono i principali interpreti ma non i soli. In questa linea si prospetta un futuro da incubo pensando all’indomani dell’Internet of Things e degli oggetti connessi alla Rete e a dove potrebbe spingersi la minaccia terroristica in una nuova evoluzione di jihackismo.

La cultura del terrorismo è più che mai viva e attinge sempre più dai media digitali, di essi si serve e in essi si genera e si rigenera creando una narrazione più che mai inquetante che dobbiamo al più presto monitorare, conoscere e comprendere al meglio per poterne interrompere i flussi comunicativi, per limitarne la potenza seduttiva e per poterla dunque combattere.


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