FINANZIAMENTI EUROPEI

Ripartiamo dalla storia

31/03/2020
di Camilla Santoro

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) è uno dei baluardi dell’UE dove sono presenti le fondamenta del diritto nel sistema politico dell’Unione. È stato rinominato in seguito al Trattato di Lisbona (firmato il 13.12.2007 ed entrato in vigore l’1.12.2009) inglobando i famosi “tre pilastri” su cui si basa la struttura di una Europa non ancora riformata. Tra principi, azioni e disposizioni vengono tracciate le linee guida complementari da seguire per fortificare processi e consapevolezze. Ed è il preambolo che, con poche righe di spiegazione destinate a ciascun verbo, indica la vera essenza e forza di questo trattato. Si parla di una unione sempre più stretta fra i popoli europei, si assicura con fermezza “un’azione comune” per favorire il progresso economico e sociale di tutti gli Stati membri eliminando le barriere che dividono l’Europa. Gli sforzi riguarderanno il raggiungimento di un miglioramento delle condizioni di vita e di occupazione dei popoli; si elimineranno gli ostacoli, laddove dovessero sorgere, garantendo lealtà negli scambi commerciali. Si confermano le intenzioni di portare avanti un messaggio di solidarietà che “lega l’Europa ai paesi d’oltremare”, decisi a rafforzare le difese dell’ideale della libertà. Determinati a promuovere lo sviluppo delle conoscenze attraverso ampio accesso all’istruzione.
 
Sotto il titolo XVIII “Coesione economica, sociale e territoriale”, l’Art. 174 (ex. Art. 158 del TCE) mostra che “per promuovere uno sviluppo armonioso dell'insieme dell'Unione, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale. In particolare, l'Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite. Tra le regioni interessate, un'attenzione particolare è rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna”.
 
Sette righe che ci parlano della dimensione politica e democratica dell’integrazione europea, superando lo scopo originario di tipo prettamente economico di creare un mercato unico. È tristemente noto però che i Membri UE, ormai 27, sembra abbiano più a cuore gli interessi nazionali che sono sempre più contrastanti tra loro e sempre più lo specchio di ri-nazionalizzazioni politiche mosse da populismi ed euroscetticismi chè, certamente in una economia europea non propriamente supportata da una strategia condivisa, rischiano di far andare nell’oblio quelle sette righe, e non solo, contenute nel Trattato. La ricetta per uscire da una situazione di bassa crescita alberga, prima ancora che nella decisione di disporre finanziamenti, nella reale consapevolezza di agire secondo quei principi voluti da combattenti della resistenza, avvocati o parlamentari che si sono riuniti in nome dell’unità e della prosperità in Europa.
 
Molto è stato fatto a partire dal 1957 -Trattato di Roma- fino ad oggi, gli anni Venti del duemila, in tema di finanziamenti attraverso i programmi settennali per arginare le disparità sociali e territoriali che minacciano la coesione. Ci sono beneficiari “maggiori” di questi fondi secondo un partenariato tra la Commissione europea e i governi attraverso varie misure tra cui PON (Programmi Operativi Nazionali) e POR (Programmi Operativi Regionali), rispettando i criteri di assegnazione poggiati sulla differenza tra il PIL pro capite di una regione e la media UE. Si considerano inoltre fattori come livello di disoccupazione, densità della popolazione e livelli di istruzione. Sono ragionevoli parametri di attribuzione dei fondi ma “Bruxelles” rischierebbe di diventare soltanto il salvadanaio delle risorse comunitarie da cui attingere in nome della solidarietà e allo stesso tempo il paraocchi che, paradossalmente, ci fa assistere ad una chiusura mentale, e non, di fronte a temi che riguardano la salvaguardia dell’umanità.

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